In visita nelle terre desolate

C’è stato un tempo in cui avevo un blog (e le parole).

E.

 

Ringkomposition

Ieri notte (ma era più prima mattina), mi sono addormentata con la schiacciante angoscia di non riuscire più a sognare. L’attività onirica è sempre stata determinante nella mia vita. Mi sono ricordata quasi con nostalgia del lungo periodo in cui ogni notte l’apocalisse mi si presentava, sempre in forma diversa. Ogni incubo aveva un colore intenso, infuocato, ogni incubo lasciava una traccia nella mia vita diurna- Probabilmente succedeva il contrario. In quegli anni infatti mi sottoponevo alla gestione di una situazione pseudoamorosa impossibile e minata dalla paranoia e dall’incertezza, dal nonabbastanza. Questa notte molti protagonisti e antagonisti di quel periodo (persino le divinità musicali che adoravo, tipo Cristiano Godano) sono tornati a trovarmi ed ho capito serenamente (si fa per dire)  il punto dal quale si snodano molti dei miei malesseri di oggi. Si può ancora chiedere perdono e desiderarlo e credere che le parole abbiano davvero quel potere magico (in cui credevo)? Si puó ancora comunicare, sfregare su una ferita inferta e una subita?

E.

Tra-volti

Quando hai venticinque anni, o anche: quando cominci ad avere quello che potrebbe essere scambiato per buonsenso da coloro che crescono e invecchiano regolarmente e invece trattasi di tremenda paura di frammentarsi ancora, immolandosi per un niente, diventa inevitabile consegnarsi agli altri con parsimonia e mirare prima di ogni altra cosa all’autoconservazione. Uno si sente quasi madre, responsabile di se stesso, mentre guarda al proprio percorso come ad una gravidanza: “Oh, ti ho portato per venticinque anni sano e salvo fino a qui -circa- vedi quello che puoi fare stavolta. Rimani integro”.  Non solo è un atteggiamento riscontrabile nelle questioni amorose ma coinvolge anche il nobile sentimento amicale che, a causa dell’indurimento dei caratteri- sì, quei ragazzini di ieri massacrati oggi dal lavoro, dallo studio, da lacerazioni varie parasentimentali-, risulta minato da un vago senso di solitudine e perde quella spensieratezza insolente irripetibile, quella freschezza del cercarsi e dello starsi vicino. Tra amici ci si guarda increduli, stupefatti dalle cose che si evolvono, un po’ si teme una mossa più goffa o più scaltra con la conseguente perdita dell’equilibrio storico ma  l’affetto, disteso su più di un decennio, resiste e sa riscaldare in un modo nuovo: succede anche che ci si possa separare aspramente. In amore ci si guarda già induriti, già feriti, molto stanchi, notturni. Ma poi arrivano le prime luci (eppure sembra ancora notte) e si comincia a camminare insieme ancora in punta di piedi e ci si accorge presto che nonostante tutto, era meglio correre e spintonarsi quando si poteva perché tanto il suv spuntato dal nulla avrebbe comunque fatto il massacro. Stasera al mio massimo dell’ermetismo e al massimo dello shock.

E niente, cerco di rimanere lucida mentre arrivano i soccorsi. Boh proprio.

E.

Come back, september

Quando soffia la tramontana di settembre, ti viene da soffermarti sulle cose. Forse disperarti male malissimo, mentre, rabbrividendo, componi i bilanci di fine anno, affacciata dal quinto piano . Non è necessario attendere il trentuno di dicembre per capire che se non ti dai una mossa, non avrai concluso nulla nemmeno per questo 2016. E vai col trenino. Bisogna imparare a concludere senza troppa nostalgia, con rabbia: ci dovevano fare più “squali”. Ma sì, dovevano forgiarci tutti agenti immobiliari (chè poi si trova lavoro solo da Tecnocasa. Ma questa è un’altra storia).  La frammentazione e l’incertezza dominano le giovani esistenze: la paralisi-almeno nel mio caso. Il rifiuto e la tacita protesta contro qualcosa di mostruoso non chiaramente identificato ancora (la degenerazione globale? L’assenza di ideali forti?  Boh?) . Cioè, l’adolescenza è finita da un pezzo e tu stai ancora in lutto. Sempre per quella storia delle conclusioni etc. voglia di andarsene senza mai trovare una reale motivazione per farlo (e Motta che continua a cantare evocativo “amico mio, sono anni che ti dico andiamo via ma abbiamo sempre qualcuno da salvare e da baciare“) , se non appunto quella di evadere, uscire, finire di non stare bene senza motivo. Vorresti smettere di spendere a caso le ultime fresche energie ed impiegarle finalmente per qualcosa di costruttivo, sul serio. Ma avventurarsi senza aver prima concluso quel qualcosa che portavi avanti -potrai anche finire a New york a gestire un atelier ultramoderno con Marine Abramovic che si lanciano breccole su un pezzo di Beyonce-, ti farà sempre sentire un fallito. E questo perché la severa bastardaggine con cui hanno plasmato il tuo superio, è l’unica cosa solida della tua vita.

Diciamo le cose come stanno.

E.

Tempus fugit

Confermo: ad un certo punto della vita, il tempo si mette a correre. Ieri era qualche secondo fa, o almeno così pareva perché è già dopodomani. I giorni si susseguono febbrilmente, circondati da una patina di niente – giro di nuovo su me stessa, alla ri-scoperta di chi sono oggi. Girovago in bicicletta, respiro veloce con le cose che mi si presentano alla vista e mi rincorre la notte, alla sera, pungente e ancora fredda, quando rincaso, mi guarda lucida e sapiente forse giudicante: vado a rubare i tramonti in alto sul monte, mi sottraggo alla scrivania quando mi si mostra infeconda e le pagine pagine e pagine trite e ritrite nonabbastanza. A cosa serve, a cosa servo?  Scappo e dovrei fare di più ma non qui, non ora. Qui e ora non sono mai nel posto giusto. Io, chissà, forse domani avrò capito. Ho sbagliato anche oggi. Dove dovrei essere?

E.

Spazi interiori

Il nuovo anno è già quasi estivo: da qualche giorno un vento caldo del sud ha spazzato via le nuvole e scoperto un cielo azzurro che, se lo fissi col naso all’insù per più di qualche minuto, cominci a chiederti chi sei, da dove vieni e dove andrai, dissolvendoti in interrogativi che continuano a rimanere senza risposta. C’è anche il mare, la madre. Guardo le colorate libellule umane che ne cavalcano le onde lontane- lontana anche io, nascosta dentro me stessa. Mi ricerco e non so più se mi trovo. Credevo di essere vasta ma sono piccola e forse insignificante. Da tralasciare se non fosse che divento importante per qualcuno. E di nuovo ricominciare una vita universitaria: davvero? -la dimensione dell’essere in ritardo sembra la mia ormai-. Ancora approcciarsi, rieducarmi ai ritmi dell’apprendimento. Catapultata nella periferia opposta a dove sono cresciuta, qui tutto più abitato più popoloso, dove i miei tulipani non potrebbero crescere se non su un tetto o su un vaso del quinto pianto: come farò a separarmi dalle cose accumulate in venticinque anni ? Chi sarò con un compagno. Riuscire a conservarmi uguale a me stessa è ogni giorno più arduo e più rischioso.

E.

Bolla dei ricordi

Solo con parole soffici e nostalgiche io rispetto e onoro per sempre il dolcissimo strazio che mi ha nutrito a lungo. Mi sono separata perché sono al sicuro ora: lontana dal bene e lontana dal male. Di questo luogo che hai abitato, hai modificato l’odore (il mio).
E.