Strange weather

è un tempo strano. Non solo perché la settimana scorsa nevicava e gelava (meraviglia il silenzio della neve) e poi il giorno dopo si stava a 14° all’ombra; ma anche perché le categorie che da sempre hanno caratterizzato questo tempo conoscibile e riconoscibile, non riesco più ad afferrarle. Ho spesso la sensazione di essere proiettata in mille direzioni diverse e di aver dimenticato quello che mi aveva messo sulla strada. Diventa poi un labirinto in cui si incontrano persone, volti e storie che vuoi rimuovere- ma rimangono a fluttuare nell’inconscio e la notte ti vengono a cercare. Eppure, con la mia faccia un po’ vecchia con le prime rughe attorno agli occhi, so di essere sempre io;  non meno bella, mi rimando lo sguardo di una bambina che non ha imparato ad amarsi abbastanza, nonostante i tentativi. L’espressione spaurita, altre volte consapevole: riconosco il nucleo, un fil rouge che in solitudine riesco a comprendere e a guardare, sporgendomi sulle profondità marine. L’unica possibilità che ho di rimanere presente a me stessa, senza lasciarmi inquinare dagli scenari apocalittici sempre più tangibili, è quella di non cessare il mio colloquio interiore.

è successo che mi sono solo accollata i pesi di tutte le facce che mi suggerivano di essere indegna, così, a priori e mi sono diffusa nei tentativi eterni di essere invece amata, senza mai davvero capire che il primo amore che non si dimentica è quello che si deve avere per se stessi e dimostrarselo, ogni giorno.

Il post pure alla fine è strano.

E.

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Entrando nell’età

Lontana, inaccessibile. Quasi ventisette anni e sono rimasta nascosta, prendere sul serio un interminabile gioco infantile. “Nascondino” ma non sono mai uscita e nessuno mi ha mai trovata. Come potrebbero in fondo? Non ho un solo corpo, nè una sola espressione, non un solo sorriso. Raro. Mutevole, mi coloro delle stagioni. Vado con l’immatura illusione, spesso abortita sul nascere, di bilanciare finalmente la Grande Mancanza.

E.

immobilismo

Ho perso il suolo.

Se ho perso il suolo, come posso ancora camminare?

Potrei andare imitando, mentre so che sprofondo in una terra aggrovigliata di radici -ma le mie non ci sono-.

E.

Traghettamenti

Me lo ricordo: S. lo aveva detto a suo tempo “Sei solo molto sensibile“.  Ci sono dei giorni in cui credo di essermi evoluta -nessun moto superfluo dello spirito-e di aver lasciato il marcio alle mie spalle per poter finalmente cominciare qualcosa, per poter gareggiare sul serio purificata dai fardelli depositati dai giorni, mai richiesti. Invece, nemmeno all’inferno, mi riscopro traghettata nel limbo di sempre, quella dimensione ibrida alla quale l’ipersensibilitá condanna e che mi rende indegna ai miei stessi occhi. La permeabilità, il condizionamento ambientale. Camaleontica, Zelig di Woody Allen (si può ancora nominare?) mi spiccia casa. Ma forse anche no, perché a quello ci pensa il mio doc aggiunto. Da queste parti non ci facciamo mancare niente. È una landa copiosa in cui il disagio scorre come ambrosia.

[Memorandum: oggi -e anche ieri- ho fatto il pane, integrale con noci e ai semi. Era la ricetta di A., conservata affettuosamente, di quando, in una delle sue molteplici professioni, si era ritrovata in un risto-forno bene del centro. Ogni tanto devo concretizzare, usare le mie abilità per un sollievo istantaneo. La cucina risulta una buona palestra: mi aiuta a contrastare l’autosabotaggio].

E.

Dove il wifi non arriverà mai

Mi domando spesso dove siamo – a che punto dell’autodistruzione- e perché stiamo andando. Quelle classiche domande esistenziali che sorgono spontanee mentre si passano venti minuti sul tram per andare al lavoro, mentre si aspetta il verde per attraversare o mentre si cammina -con l’occhio triste e deluso da chi lo fa zombieficato testa bassa e smartphone alla mano (no). Quelle classiche domande che prendono forma solamente se il tuo grado di ansia è sufficientemente elevato. Bene, ci siamo: anche ogni cosa passata può essere radiografata per non-essere capita. Così l’ansia rigenera se stessa e alimenta la sua bolla di iper realtà.

Invece vorrei tornare alle vecchie cose che avevano un loro tempo: inizio, svolgimento e fine. Dove sono questi confini oggi, se tutto può essere raccolto e raggiunto in ogni momento? La verità di quest’ansia contemporanea potrebbe essere che non c’è nessun posto in cui ci si possa nascondere, nessun rifugio, nessuna casa, non un nido -mentre, occhi al cielo, gli stormi invernali volteggiano fluidi .

E.

continuum

Io non ho ricevuto il suolo in cui depositare l’amore – e a cui attingere per donarlo. C’è un’insufficienza che alberga dentro di me, una mancanza, una malformazione affettiva che più si sforza di non essere tale, più diventa mostruosa e imponente. Nella relazione mi faccio isolata e irraggiungibile, non posso essere toccata, perché molti sono i miei aspetti (c’è un Dio con le sue manifestazioni, le sue sephirot gli rendono conto). Una relazione, non può essere altro che dimora di silenzi (eppure c’è un affetto, che non è mai abbastanza, non è mai come il loro). E potrei perdere tutto quello che non sono riuscita a costruire in ogni momento.

Gennaio, 2018, incredibile. Vengono con me tutte le mie insicurezze – quando finirà?

E.

Il mio nome

Ho sempre guardato con diffidenza quelli che mi vezzeggiano con “Ele”. La vulnerabilità, soprattutto affettiva,  -il diminutivo me la richiama- la metto davanti a me e gli faccio le boccacce. Rispetto invece chi mi guarda e non potrebbe che non chiamarmi “Nora”, quale creatura imperfetta, incerta, tutta sogni e desideri repressi, dolce ma non indifesa, cazzuta in modo personalissimo. Anti-conformista.

E.