Il mio nome

Ho sempre guardato con diffidenza quelli che mi vezzeggiano con “Ele”. La vulnerabilità, soprattutto affettiva,  -il diminutivo me la richiama- la metto davanti a me e gli faccio le boccacce. Rispetto invece chi mi guarda e non potrebbe che non chiamarmi “Nora”, quale creatura imperfetta, incerta, tutta sogni e desideri repressi, dolce ma non indifesa, cazzuta in modo personalissimo. Anti-conformista.

E.

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A passo veloce

Cammino ben vestita, a passo veloce e apparentemente sicuro, sembro guerriera e ribelle tipo Kirsten Stewart nello spot di Gabrielle, the new fragrance of Chanel. Se potessero aprirmi, mi vedrebbero spaurita, con la costante sensazione di attacco, la mia serenità persa che è solo un ricordo, la nostalgia che ho di me stessa, brillante come mi conoscevo e come volevo farmi conoscere. Non sento la strada che percorro, i miei tacchi echeggiano e alle orecchie le immagini di ieri. Devo portarmi in giro così, ben vestita, a passo veloce con uno squarcio nell’anima.

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Penso di aver risposto al bando del servizio civile per mettermi alla prova – o meglio, per andare a raccontare alla mia famiglia che non mi era successo niente, come dicevano loro, che potevo gareggiare per quello che loro mi avevano proposto, senza scegliere. Sbagliatissimo. Penso che mi abbiano selezionata perché se non ho nessuno intorno, scrivendo, so fare bene, resto attenta dentro me stessa. Penso di essere stata scelta perché volevo essere credibile e convincente – ma ero artefatta- e volevo compiacere mio padre, praticamente uno sconosciuto. Oggi ho cominciato il servizio civile in una ong -quello di cui si occupa sarebbe sacro e fondamentale e anche io lo condivido pur non avendo sentimenti-perché vogliono che io non abbia davvero queste difficoltà ma le ho e ogni cosa, ogni cosa mi affatica. L’indipendenza fisica, economica ed emotiva mi sfugge di mano. Umiliante per chi la cerca da sempre. Mi pare di allontanarmi sempre di più da chi ho pensato che sarei stata. Gli incidenti non si possono programmare, si può e si deve forse soltanto reagire. A testa alta, volendosi quel bene che mai ci si è concessi, cercando di rimanere lucidi (possibile?)

E.

Che cosa sono le nuvole

Alla fiera del libro ricavata dentro la polemizzata nuvola di Fuksas oggi c’erano molte persone vestite di giallo e parecchi libri -varie anime editrici, alcune con la vocazione per il design e la grafica seria o divertita, altre più volgari. Comunque c’era un gran bel fermento di gente che lavora ancora per qualcosa che io amo molto da sempre, nonostante l’avvento della tecnologia mi abbia sottratto le ore più preziose di lettura. Le vedi subito quelle che vogliono dare poesia al mondo perché sono come dei diamanti appena tolti dalle profondità della terra ( e insieme sanno di aria, di fuoco e d’acqua). Altre sono piene di colori e infantilismi con illustrazioni che la mia recente passione per l’acquerello ha invidiato molto -i loro libri si fanno poster da scoprire; poi ci sono gli editori-ingegneri orgogliosi delle storie da costruire tipo dei lego-puzzle. Quelle super aggiornate sorprendono con testi tutti dedicati alla critica della serie tv più discusse. Ovviamente le appassionate di graphic novel o di fumetto-pop, che di recente contribuiscono notevolmente a far campare ancora il cartaceo. E poi ci sono quelle cazzute e brillanti che sono: immigrazione, donne nere taglienti, sportivi grintosi, neri ricchi e con i controcoglioni sicuramente -ma che non posso non amare subito se mi citano Kafka tranquilli. Ci sono poi quelli che conosco del corso Rai ma che non cerco, come se mi fossero sconosciuti e questo lo so perché ci sono io che, in braccio alla mia ansia ancella, mi limito ad annusare le diversità e ad accumulare tesori.

E.

Vorrei fare biscotti per tutti

Del Natale torno ad amare il silenzio, le luci e l’attesa. Il freddo, il gelo che iberna il cervello e ti rende scultura di ghiaccio, soprendentemente -tutto questo avvicina le persone ma non troppo.

Stamattina ho superato una parte di esame che mi stava ostacolando la vita. Nella mia testa forse finalmente riesco a trovare un angolo che non mi giudica e qualcuno che mi accoglie.

Stasera berrò una tazza di tè ai frutti rossi mentre preparo le decorazioni handmade e capirò che ho un’altra casa. Non sono un’ospite dove decido di abitare. (Ho deciso davvero?)

E.

Flaneur

Oltre a scorrazzare in bicicletta, mi piace molto camminare – se avessi più palle e più denari mi sarei messa su uno dei tanti cammini esistenti francigeni o per Santiago e adios. In effetti ci fantastico su da tanto. Più in particolare penso che se fossi nata nel secolo scorso, probabilmente mi avrebbero identificata come “flaneur”. Oggi ho attraversato la città da Piazza di Spagna al Pigneto in appena un’ora -mi sottopongo spesso a sessioni-passeggio perché mi fa imparare di nuovo a respirare senza affanno in mezzo alle persone. Passeggio veloce con il mio sacchetto di Vertecchi, gli acquerelli e  creatività a rischio implosione. Ho spaccato la città e l’ho osservata dai suoi negozi più illuminati dai costosi brand e monobrand alla periferia oltre Porta maggiore (qualcuno sostiene che sia ancora centro). Ho visto cambiare non solo l’architettura urbana ma anche le masse di persone, lo sciame consumista proiettato dentro il Natale con largo anticipo. Ma dal turista russo all’attore italiano, dal bangladino taciturno all’oste più greve, gli occhi sono su di me. Ribadisco ancora la mia sorpresa perché pur sapendo consciamente di essere molto bella, da qualche tempo non mi sento nemmeno lontanamente attraente. (Nemmeno il mio fidanzato sarebbe d’accordo). Eppure anche le donne si soffermano a guardarmi e ad apprezzarmi. Il mio senso di inadeguatezza rispetto alla mia bellezza è talmente alto che spesso ho la tentazione di fermarmi: vorrei domandare con gentilezza cosa hanno da guardare. Poi non lo so, magari tutti fissano tutti perché in Italia ma soprattutto a Roma è s-scostume e io sono soltanto più suscettibile -facciamo finta-.  Sì, facciamo finta.

E.

tea-house

A volte (spesso) l’insicurezza e il senso di inadeguatezza sono talmente prepotenti che vorrei rinchiudermi in una casa del tè giapponese e non uscirne mai più (anche Chatwin le amava ma lui poi si è avventurato serio nel mondo). Rinunciare ad una vita che conosce la solitudine da sempre -si può?, sgombrare l’esperienza e rimanere a sorseggiare tè caldo tutto il giorno e tutti i giorni a seguire (magari componendo haiku su strade percorse solo nell’immaginazione). Oggi la vita nascosta mi è piombata addosso. Comunque non è niente di nuovo, sto solo ricordandomi com’è che vivevo prima dell’ultimo anno. Ma sono uscita a comprare uno spazzolino da denti. E qui parte il : disagio.

E.

Quindi io vado

Mi sono ricordata di voler continuare ad esistere qui -è l’unico posto che io abbia mai chiamato “casa” sentendo contemporaneamente di appartenervi. Alla fine, mi toccherà assumere quella voce solissima e depressiva di tanti blog che mi capitavano sotto al naso negli anni del boom. Ma forse anche no. La mia è una battaglia serrata. Tipo oggi all’ennesimo scherzo dei mezzi di trasporto romani – sto chiusa in casa per una settimana, decido di uscire e il tram su cui salgo decreta che in quel momento tutte le linee tranviare andranno in cortocircuito – , ho fatto retromarcia, ho stanato la bicicletta dalla cantina e mi sono diretta tutta sfrecciante verso lo studio di F.T. Forse sono estrema, il vento mi riduce in lacrime, ma fare lo slalom tra auto e bus allena la mia precisione chirurgica di andatura e la cosa mi dà molta soddisfazione – ritorna l’autismo. Pedalo veloce tutta bardata dalla mia sciarpa e dal mio cappello rosa “da giovane mamma” -non si è capito perché ma anche F. è d’accordo col definirlo così: la morbidezza sbarazzina non più under 25? Ventisei anni ancora per qualche mese ma gli sguardi non “persi dentro il telefono” mi gratificano spesso. E pure quelli stupiti dalla mia controllata spericolatezza. Ma soprattutto torna mio sguardo a volermi bene (tipo esortazione).

E.